February 13, 2013

i clangori del ferro industriale da lontano,
 da dietro i palazzi più scuri.

che si confondevano, nello sfondo,nero verso l’orizzonte,
verso quel punto in cui sfumavano le luci acide.

le periferie
 cambiavano
 configurazione, strappando brandelli vitali alle esistenze che le popolavano
 grigie, nella violenza
di crani che incontravano l’asfalto
 bagnato.

la città apriva le sue fitte maglie,un raggio di probabilità
 cangianti che muovevano le combinazioni nelle/delle strade.
i fumi, gli odori, si muovevano colorati, sui,
 dai, tombini, da dentro le case.
 dagli occhi, da aspetti di persone.
un’incessante fabbrica
di rumori convulsi, un vociare di ferraglia, fango,vetro e cemento.

la mente. pronta a ricalcolare di continuo effimeri itinerari,
ogni luce
colpiva i corpi con la voglia
 di disegnare fulminei arabeschi,
 squadrati lineari vizi frastornanti.

casi sempre diversi
 nei particolari,ogni movimento circostante mischiava l’aria fradicia,creando strane forze
 ed assonanze.
 stringendosi,le pupille si soffermavano, bagnandosi delle
/nelle visoni circostanti.
le gocce nel tombino, le gomme, sui chiodi,i cornicioni, rotti,le superfici nere.

in quel gioco di specchi riflessi avevo smesso di pensare. mi muovevo associando fatti non consequenziali, saltando parti di discorso, mentre mi intrufolavo in parentesi minori, in letture aperte di dati casuali.

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